SIN Caffaro, Brescia

Fotografie, ricerca e testo di Luca Quagliato
DOVE: Brescia e comuni limitrofi (vedi mappa)
QUANDO: 1906-2001
PERCHÉ: Sverso di acque inquinate dopo uso in ambito industriale.
CONTAMINANTI PRESENTI: PCB, PCDD, Dibenzofurano, Mercurio, Arsenico, Tetracloruro di Carbonio, Cromo Esavalente, Diossine
STATO ATTUALE: Caratterizzazione completata e aggiornata periodicamente. Le opere di bonifica sono ancora alla fase iniziale sebbene alcune opere di messa in sicurezza siano operative e completate.

Un edificio abbandonato a sud della Caffaro di Brescia.

La storia dell’industria chimica Caffaro inizia nel 1906. L’azienda avvia la produzione di soda caustica e inizia la sua espansione, che la porterà ad occupare 110.000 mq di suolo nel dopoguerra. La città di Brescia non resta a guardare, e abbraccia la fabbrica rendendola un corpo unico con il tessuto urbano in espansione.

Negli anni la Caffaro produrrà Arsenico e derivati, Cloro e disinfettanti derivati, pesticidi -tra cui il famigerato DDT- e sopratutto idrocarburi e derivati tra cui i PCB (Policlorobifenili) che diventeranno protagonisti dell’inquinamento successivo.

La Caffaro inquina sin dal principio, fondando la stessa azienda su una cava di ghiaia esausta che viene riempita con gli scarti di lavorazione diventando una gigantesca discarica abusiva. All’interno della fabbrica non vengono prese alcune fondamentali precauzioni. I lavoratori e gli abitanti lamentano il mancato rispetto di norme di sicurezza per gli operai e l’ambiente. Le esalazioni vengono respirate dai bambini della vicina scuola elementare e l’acqua prelevata per le lavorazioni viene reimmessa nell’ambiente contaminata dalle sostanze chimiche utilizzate dall’azienda.

Alla fine degli anni ’70 è quindi comprensibile come gli abitanti, sconvolti dalle immagini del disastro di Seveso, abbiano iniziato a farsi sentire riguardo all’impatto ambientale negativo causato dalla fabbrica. Ma alla Caffaro ci si può permettere di ignorare qualsiasi direttiva se non quelle legate alla sicurezza sul lavoro.

Nel 1984 cessa la produzione di PCB, ma per l’ambiente è già troppo tardi

Capannone di una fabbrica dismessa a sud-est della Caffaro. In questa zona industria e abitazioni hanno convissuto fianco a fianco per decenni.

Nel 2001 Marino Ruzzenenti, professore e storico, pubblica un libro che ripercorre la storia dell’azienda (Un secolo di cloro e… PCB. Storia delle industrie Caffaro di Brescia, Jaca Book, Milano 2001). Il caso Caffaro era già scoppiato in Agosto, quando la pubblicazione di un’inchiesta su La Repubblica, basata sul dossier di Ruzzenenti, aveva portato alla luce gli inquietanti scenari della contaminazione avvenuta e ancora in corso nell’area dell’azienda e in un’enorme porzione di territorio che si estende tutt’ora fino alla bassa.

Sotto la Caffaro si trovano inquinanti fino a 35 metri di profondità. Il PCB, composto capace di entrare nella catena alimentare e di accumularsi nell’organismo degli esseri viventi, è una diossina e come tale si lega ai grassi. Viene assimilato nel latte animale e in quello umano, entra nell’organismo di decine di migliaia di persone che hanno bevuto l’acqua e mangiato alimenti contaminati con effetti sulla salute ancora in fase di studio epidemiologico (sebbene il PCB sia inserito tra le sostanze di categoria 1, cancerogene).

Inoltre, nelle zone colpite dall’inquinamento causato dalla Caffaro, per anni la falda acquifera è stata inquinata dagli sversi incontrollati da parte di aziende che utilizzano Cromo esavalente nelle proprie lavorazioni, come è successo in Val Trompia. Solo l’intervento tramite l’uso di barriere idrauliche ha permesso di neutralizzare il Cromo esavalente presente nelle acque di rete di Brescia e dintorni.

Un cartello che indica una delle "Zone Rosse", aree in cui è vietato l'accesso per via del livello di contaminazione.
Un terreno agricolo in vendita nella zona agricola a sud di Brescia,
Un parco giochi soggetto a bonifica nel quartiere di San Polo, uno dei più colpiti dalla contaminazione.

L’area della Caffaro diventa un sito di interesse nazionale (SIN) nel 2003, anno in cui iniziano anche gli interventi straordinari di messa in sicurezza all’interno del perimetro. L’area vine caratterizzata e molte aree verdi vengono chiuse al pubblico e recintate (zona rossa). In altre aree (zona gialla) non è permesso scavare o maneggiare il terreno. Il monitoraggio della falda acquifera viene esteso progressivamente verso sud, dove la naturale orografia del terreno trasporta gli inquinanti, ampliando via via il perimetro del SIN fino all’ultimo ampliamento, che comprende anche alcune discariche verso cui la Caffaro aveva indirizzato i propri rifiuti in passato e che di conseguenza sono risultate inquinate come la discarica Vallosa in Franciacorta.

La bonifica del SIN è complessa ed estremamente costosa (l’ISPRA prevede che si possa arrivare fino a 1 miliardo di Euro di spesa per la bonifica integrale) e a Dicembre 2017 è ferma a uno stadio di assegnazione tramite bando pubblico. Alcune aree marginali, pubbliche e private, sono state bonificate asportando 50 cm di terra e sostituendola con terra pulita, ma la complessità delle operazioni di bonifica di alcuni terreni richiederanno anni di lavoro e milioni di Euro di spesa pubblica perchè si possa effettuare un pieno ripristino ambientale relativo ad uno dei casi di inquinamento industriale più gravi d’Italia.

La discarica Pianera di Castegnato, altro luogo in cui la Caffaro conferiva rifiuti industriali e ora all'interno del SIN.
La discarica Vallosa in Franciacorta è una delle discariche in cui la Caffaro aveva conferito i propri rifiuti industriali. Ora rientra all'interno del SIN.
Piezometri di controllo per la qualità dell'acqua a valle della discarica Vallosa.